Quando Superpippo salvò la razza umana

Sono sempre stata quella che, messa tra due fazioni, riesce a far sembrare ad entrambe di simpatizzare per l’altra. Sono una “senza patria” e se un tempo questa sensazione di non appartenenza mi ha angosciata, oggi la difendo come un valore.

Essere “senza patria” permette una grande libertà di movimento, soprattutto del pensiero. Non si è obbligati a seguire una linea condivisa, ad essere d’accordo, ad avere un atteggiamento conservatore spacciandolo per equilibrio. Si è liberi, qualunque cosa significhi in un mondo che usa il concetto di libertà in modo tanto paraculo.


Meno male, perché la mia più grande compulsione è quella di mettere in disordine -e di solito non è molto amata- ma non un mettere in disordine dispettoso, quanto quel disordine che finisci per fare quando apri il cassetto della nonna e sai che se rovisti con la mano giù in fondo magari ci trovi quel bottone che avevi perso, forse quella piccola bussola col vetro ormai opaco, che portavi al collo come una collanina e che non vedi da decenni, la collezione di coltellini da tasca… Nonna s’encazzava, ma io guadagnavo tesori.


E così mi ritrovo sempre a mettere in disordine tutto quello che incontro, perché spero di trovare o veder succedere qualcosa di interessante. Così è stato ed è anche rispetto alla comunità nella quale mi sono imbattuta a seguito della mia diagnosi di autismo e ne ho trovati molti di tesori, tra i quali un potenziale di trasformazione e superamento straordinario. Un luogo perfetto dove rovistare e mettere in disordine.


Sono arrivata nei luoghi virtuali dedicati all’autismo con la mia bella diagnosi fiammante, mi sono guardata intorno, ho provato ad aprire bocca, mi sono presa tre o quattro cazziatoni e da lì ho iniziato ad osservare. Ho osservato i gruppi, le pagine, i blog, gli articoli, i libri, i film, ancora i gruppi, ancora gli articoli e… a dirla tutta non ho più smesso di osservare, le persone sono sempre interessanti, con le loro dinamiche, i loro pattern comportamentali e schemi di pensiero (alcuni sono come impronte digitali, tanto sono specifici).


Una cosa che mi ha subito colpita, perché contraddice lo stereotipo dell’autistico solitario e che rifugge il contatto con gli altri, è proprio il bisogno di appartenenza: far parte, essere riconoscibile come autistico, cercare nel gruppo validazione definitiva di sé, attraverso la corrispondenza ai canoni dettati, in questo caso, dall’interpretazione medica della natura autistica. Sì, perché in Italia l’identità autistica è ancora fortemente subordinata alla retorica medica. Con la diagnosi si smette di essere stronzi, asociali, maleducati, insensibili , incapaci etc. per diventare macchiette di quello che crediamo debba significare essere autistici. C’è scritto nei libri com’è un autistico e quando si ha così tanto bisogno di riscatto e accettazione, si finisce per fare di tutto pur di corrispondere a quei criteri e vestire quei significati.


Mi sono osservata attraversare tutto questo processo interiore, navigando nell’entusiasmo, nella sorpresa, nella speranza, nella smania, nella rivalsa, nella rabbia, nel disagio, nell’angoscia, nel discomfort… la lista è lunga e per ora termina col bisogno di scrollarmi di dosso tutti quei paragrafi che dicono cosa dovrei essere per dirmi autistica, che pretendono di raccontare perché faccio questo o quello, senza davvero sapere cosa mi muove nel mondo, quali colori e consistenze mi attraversano. Non delego più aprioristicamente a nessuno il racconto di chi sono e del mio essere autistica.


Un’altra dinamica affascinante, che ho osservato in me e negli altri, riguarda quel sentimento di rivalsa che tutti noi abbiamo provato quando qualcuno ci ha detto che non siamo sbagliati ma solo autistici, diversi… perché non migliori, già che ci siamo? E allora accade che ci facciamo abbindolare dal quel miraggio che promette di traghettarci dal fondo di quello che spesso percepiamo come il fallimento sociale e umano di una vita, per proiettarci splendenti nell’olimpo degli esseri speciali dotati di presunte doti sovrumane, che consentirebbero alla nostra specie quell’evoluzione che altrimenti non vedrebbe.


Insomma, la versione ariana di Super Pippo!


Ma chi è che ha messo in testa agli autistici ‘sta genialata dalle imbarazzanti derive suprematiste?


L’idea di interpretare alcune caratteristiche eventuali del funzionamenteo autistico -ad esempio l’attenzione ai dettagli, l’iperfocus, la capacità di riconoscere pattern, la memoria eidetica etc.- come doti superiori, ha caratterizzato la “creazione” della Sindrome di Asperger fin dalla sua nascita.
Dico creazione perché la S. A., esattamente come qualunque altra etichetta relativa al funzionamento, non è altro che un costrutto teorico che tenta di circoscrivere un fenomeno espressivo della natura umana. Ovviamente, col tempo, tali costrutti cambiano, via via che evolve la comprensione dei fenomeni che pretendono di definire e talvolta si estinguono, perché si arriva a capire che quel fenomeno è già ben rappresentato da un’altro costrutto oppure non ha bisogno di essere definito da una teoria, ma solo di essere assimilato alla norma, di cui ha sempre fatto parte.


In questo caso siamo arrivati al punto di estinguere la S.A. ed eliminarla dal DSM, perché un Asperger non è altro che un Autistico, né più né meno, diverso da tutti gli altri autistici com’è ovvio che sia, coi quali condivide il funzionamento neurobiologico in linea generica, per cui il tentativo di indicare delle differenze che non siano relative solo al livello cognitivo o al ritardo verbale, ha finito per fallire.


Nonostante ciò il termine è rimasto in uso nella comunità, quale UNICA distinzione sottocategoriale all’interno dello spettro, dove inevitabilmente si colloca all’apice della figaggine. E allora volendone difendere l’uso, magari in virtù di una differenziazione degli interventi, si dovrebbe fare un atto di coerenza, rimboccarsi le maniche e stilare sottocategorie per ogni combinazione di tratti e sfumatura di colore. Solo che a voler fare un lavoro certosino uscirebbero tante sottocategorie quanti sono gli autistici e no, non servirebbe a niente.


Coltivare questo sentimento ossimorico di sfigata superiorità, condito con un pizzico di doverosa umiltà, ostentata mentre snoccioliamo i nostri “deficit autistici”, non fa che relegarci dentro all’ennesima scatolina (mentale) un po’ inutile, arredata in modo forse più ricco della precedente -quella di incapace asociale- ma con cattivo gusto: gli unici presupposti per collocarci in una sottocategoria a parte, in effetti, sono di natura abilista.


La parola “autismo” indica già il nostro funzionamento ed è utile che lo faccia in modo tanto generico, perché chiunque si occupi di noi, a qualunque titolo, sia costretto ad indagare la persona, invece di decidere in quale ulteriore scatola collocarci, soprattutto se questa serve solo ad indicare -inutilmente- che parliamo e siamo più o meno intelligenti.


Ovviamente l’intento non è quello di criminalizzare chi ama usare l’etichetta S.A. per definire se stesso, è solo che, mettendo un po’ in disordine, mi sono accorta di quanto sia facile e umano, pur essendo in buona fede, coltivare dinamiche abiliste e talvolta finanche suprematiste. Abilismo e suprematismo sono radicati nella cultura in cui siamo cresciuti e per questo spesso non li riconosciamo, ci appaiono pensieri legittimi, addirittura positivi e a volte basta poco per catalizzarli, anche solo un’etichetta.


Siamo i primi ad arrabbiarci quando parlano di noi in modo svilente e mortificante, i primi a chiedere a gran voce l’inclusione e denunciare ogni mancanza nei nostri confronti, ma a volte, forse senza accorgerci, finiamo per gongolare in un atteggiamento che è svilente per gli altri. I ponti si costruiscono in due. Il riconoscimento di un valore deve essere reciproco. Il rispetto si ottiene dando rispetto. L’inclusione esiste solo se bidirezionale, multidirezionale, significa che ne siamo tutti responsabili e noi troppo spesso siamo parte del problema, invece che della soluzione.


E poi siamo sinceri: il mantello impiccia e le tutine sintetiche attillate fanno prurito. Evolvetela voi la razza, il mio superpotere è stare in bermuda e ciabatte a rovistare nei cassetti e mangiare pizza.

Alice Sodi

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Neuropeculiar

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1 Comment

  • Congratulazioni profonde. La tua analisi è brillante. C’è molto gatekeeping e molto spirito di “branco” nell’ambiente. Grazie di averlo evidenziato.

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