Mio cugino Dunning-Kruger

Spesso diciamo frasi che in realtà non esprimono quello che noi crediamo. Un esempio è “preferisco comprare (prodotto/i) locale” che spesso viene usata per comunicare che si preferisce comprare prodotti locali perché si ha la garanzia che sono più buoni, sani, contribuiscono alla ricchezza del territorio etc etc.

In realtà è un bias, un’euristica che, mentre si trasformava in stereotipo, ha incluso informazioni approssimative, assunti non confortati da prove, dati falsi. Cosa ci garantisce che un prodotto locale sia davvero più buono di uno che arriva da chilometri di distanza? Nulla! Nulla ci garantisce che il prodotto locale sia coltivato con o senza pesticidi, in fretta e furia per far cassa, usando delle varietà che si sviluppano velocemente a discapito del sapore, o che l’animale è cresciuto in allevamento intensivo e con mangimi industriali e via elencando.

Perché allora cadiamo così spesso in questo tipo di errore? Perché lo abbiamo sentito ripetere tante volte, perché non abbiamo sufficiente conoscenza dei processi produttivi (nel caso specifico), delle logiche di mercato, delle politiche e delle tecniche di marketing. In pratica perché siamo ignoranti ma non ce ne rendiamo conto e quindi non sappiamo di non sapere e questo fa si che non siamo in grado di comprendere la fallacia che stiamo utilizzando (effetto Dunning-Kruger).

Finché questo processo avviene riguardo a fatti strettamente personali, come lo scegliere quello che mangiamo, non è un grande problema. Il problema si pone quando applichiamo questo processo alla comunicazione che vede coinvolte altre persone, magari molte altre.
Per esempio, quando qualcuno scrive o dice “io so cos’è l’autismo perché conosco l’autismo vero, quello grave. Accudisco miǝ figliǝ da X anni.” che cosa sta dicendo realmente? 

Partiamo da “autismo vero”. Non mi risulta che a livello diagnostico ci sia una divisione tra autismo vero e autismo falso (?) o che ci siano professionisti che rilasciano diagnosi false (potrebbe succedere, accade per qualsiasi tipo di condizione o patologia che da accesso all’invalidità, ma non è certamente la norma). Quindi cosa definisce se l’autismo è vero? Vero rispetto a cosa? Quello che vuole comunicare chi usa questa espressione (tipicamente genitore/ice di persona autistica con disabilità intellettiva e/o non verbale/vocale) è che l’autismo è solo quello che vede associata la disabilità intellettiva o presunta tale, il resto è acqua di rose, è tipo tiraserla.

Eppure il DSM 5 (mi raccomando col numero arabo e non con il numero romano com’era fino al DSM IV) dice chiaramente che l’autismo non ha nulla a che fare con la disabilità intellettiva ma che quest’ultima è una condizione che può essere associata all’autismo. Lo stesso, ed ancora più chiaramente, viene detto nel ICD 11. Quello che il DSM 5 definisce sono i livelli di supporto e lo fa in funzione a quanto le caratteristiche della persona diagnosticata (la diagnosi è dimensionale e quindi prende in considerazione più aspetti) si discostano dalla norma e quanto le autonomie sono compromesse.
Quello che chiaramente non dice il DSM 5 è che c’è una classifica dell’autismo che va dal più falso al più vero. Così come la definizione di spettro non indica una scala che va da più autistico a meno autistico.

Terminiamo la disamina con il processo di osmosi, ovvero dire che “Conosco l’autismo” perché “accudisco miǝ figliǝ da X anni.”. Mi spiace spoilerare ma devo farlo: vivere con una persona autistica non rende autistici né insegna cos’è l’autismo. Per apprendere cos’è l’autismo bisogna aver approfondito la tematica attraverso letture, studio e confronto con persone nello spettro e professionisti (confronto alla pari e non subalterno). 

Il messaggio inespresso o “tra le righe” che contiene questa frase è “conosco da tempo una persona autistica con la quale ho una relazione e quindi (immagino per osmosi) so cos’è l’autismo”. Il reale senso della frase, o almeno quello realistico, è:  “ho esperienza del vivere con una persona autistica e la conosco”. Ma l’esperienza personale resta tale e non la si può declinare a sapere diffuso, questo è quello che viene sistematicamente ripetuto alle attiviste, agli attivisti e allǝ attivistǝ (o advocate) autisticǝ ogni volta che parlano di autismo.

Il fenomeno appena descritto è spesso, e purtroppo, accompagnato dalla classica fallacia argomentativa “Argumentum ad hominem” [1] rendendo palese la debolezza dell’interlocutore e inutile qualsiasi tentativo di confronto costruttivo.

 

[1]  La fallacia ad hominem o Argumentum ad hominem (appello alla persona): si tratta di un ragionamento in cui per negare una tesi o spostare l’attenzione dall’argomento della discussione, si attacca la persona che la sostiene mettendo in dubbio la sua credibilità o la sua coerenza; si attacca la persona attraverso certe sue caratteristiche (moralità, razza, religione, altezza, intelligenza), che sono indipendenti rispetto alla tesi o all’argomento in questione. Dunque vi è uno spostamento di indice referenziale.

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Neuropeculiar

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