La scuola – fenice

di Pompeo Matta

LA SCUOLA – FENICE

Mi ha sempre attratto il mito della fenice e ciò che rappresenta: la forza, la floridezza, la maestosità, il rinnovamento.

Mi piace pensare alla scuola come ad un’aquila infuocata, che ciclicamente si riaccende, o che rinasce dalle proprie ceneri, perché se la scuola italiana non è incenerita poco ci manca, sono decenni che la politica (quella della stanza dei bottoni) la sta lasciando spegnere inesorabilmente.

Provate ora ad immaginare l’imponenza della Fenice, che sia quella della cultura greco-romana, egiziana o delle culture orientali di India, Giappone e Cina, sia la rappresentazione dei popoli Maya o dei popoli nativi americani, o dell’ebraismo, del cristianesimo o la visione alchemica, ma anche quella di chi è appassionatǝ di fumetti, film e cartoni animati; ciò che vi arriva alla mente è un’immagine di vigore, di estrema vitalità, di veemenza e soprattutto di rigenerazione e di trasformazione: e nella scuola c’è bisogno di evoluzione e di cambiamento.

0ra immagino come sarebbe stupendo se la scuola intesa come istituzione, diventasse una scuola – fenice, e ardesse di un fuoco vivo di trasformazione, di saggezza ma anche di passione dove insegnanti e alunnǝ alimentassero le fiamme con le idee e le parole.

LE PIUME ARDENTI DELLA SCUOLA – FENICE

Una delle piume ardenti della scuola – fenice da alimentare è la musica. 

Già i più grandi pensatori e filosofi greci erano appassionati conoscitori della musica (basti pensare a Pitagora che intuì il legame indissolubile tra matematica e musica ascoltando un fabbro che batteva dei martelli con pesi diversi che creavano suoni diversi).

Per quanto mi riguarda la musica dovrebbe essere parte integrante della vita scolastica di ogni ordine e grado, poiché rappresenta i cambiamenti sociali, storici, linguistici (pensate alla musica pop, al rock, al blues, al punk, al metal, al Jazz, al funk, al reggae, allo ska, alla dance, al rap e alla trap), basta osservare i codici usati, i modi di vestire e autorappresentarsi, bisogna captare gli slang, gli inglesismi (e non solo), le forme dialettali che arricchiscono l’espressività sociale delle generazioni, soprattutto le nuove che diventano megafono dei cambiamenti e del fermento culturale. La scuola deve alimentare questa fiamma! La musica è crescita personale e sociale e attraverso il corpo, ovviamente con la guida di figure esperte, può essere insegnata e fatta vivere anche a persone amusiche, sorde ecc. 

La scuola deve far bruciare questo fuoco intenso con un fine educativo, spazzando via le barriere sociali e architettoniche e i pregiudizi che soffocano la Fenice; invece, deve permettere alle nuove generazioni di esprimersi, di imparare a conoscersi interiormente, in correlazione con le altre persone ed il contesto, riconoscendo i propri bisogni, le proprie potenzialità e i propri sogni, in modo da intraprendere il proprio progetto di vita.

Ma tutta l’arte in generale dovrebbe essere una pira sempre accesa nelle scuole di ogni ordine e grado, più cresce la fiamma meglio si sviluppa la persona a livello cognitivo, apportando benefici all’autostima, alla coordinazione; si impara a stare con le altre persone divertendosi, impegnandosi e creando feeling.

L’ arte è manipolare materiali vari rispettando le varie sensibilità, creare disegni che interpretano la visione del mondo che ciascuno ha, imparare ad ammirare la natura, le opere d’arte, le poesie, le canzoni, il teatro, i fumetti, in modo che sia il pensiero creativo sia la capacità di organizzazione si esprimano al massimo delle potenzialità di tuttǝ, ognuno a modo proprio.

Un’altra delle piume ardenti della scuola – fenice è quella del gioco, sia spontaneo che strutturato (giochi da tavola, di memoria, di ruolo ecc.) e lo sport. L’ essere umano gioca da quando viene al mondo, impara a conoscere sé stesso, la madre e il mondo circostante, a scuola impara attraverso il gioco e lo sport a seguire regole sociali e disciplina, senso di appartenenza, ma si può giocare anche in solitaria se si ha bisogno di staccare dal contesto. Il compito della scuola è, lo ripeto, facilitare la crescita individuale secondo i bisogni di ciascun individuo, così si educano le nuove generazioni alla convivenza rispettosa, dove bullismo e prevaricazioni vengono disinnescate. La scuola deve insegnare a far coesistere le diverse emozioni e le diverse esigenze, in modo che si manifestino e si coltivino le differenti potenzialità. 

Ma la piuma infuocata che sin dall’antichità brucia e scalpita per mostrare la sua magnificenza è la politica! Nella scuola – fenice bisogna fare politica, non quella fatta di slogan e false promesse, quella etica ed educativa. Un poco si fa con l’educazione civica in interdisciplinarietà favorendo il dialogo tra alunn3 e insegnanti sui temi come lavoro, studio, diritti, doveri, sull’uso consapevole di internet, ecologia ed integrazione. 

Partendo da quest’ultimo punto lo scrittore e docente autistico Fabrizio Acanfora supera il concetto di integrazione, poiché presuppone una persona integrante che detiene il potere di accogliere, e una persona integrata che deve adattarsi a tutta una serie di regole decise dalla persona o gruppo integrante, quindi nei suoi libri Eccentrico e In altre parole, scrive di convivenza pacifica tra esseri umani.

Questo concetto, così come la teoria della doppia empatia di Damian Milton (sociologo autistico), dove le persone autistiche si impegnano a comprendere le persone neurotipiche , ma viceversa le persone neurotipiche si impegnano a comprendere quelle autistiche, sono fondamentali perché la scuola – fenice possa mantenere la fiamma alta e aprire le sue rosse e grandi ali infuocate, in modo che tutte le persone , anche quelle facenti parte delle minoranze, quindi persone con disabilità, neurodivergenti, con situazioni sociali impegnative, con patologie, facenti parte della comunità LGBTQIA+, provenienti da un altro paese, con una cultura diversa, religiose o meno, possano potersi esprimere e donare le proprie competenze. Chi insegna deve guidare le nuove generazioni ad esprimere al meglio le proprie potenzialità curandosi delle essenze individuali. Vediamo come.

L’ERRORE E LA PAROLA PER ALIMENTARE LA SCUOLA – FENICE

Ricordo perfettamente, come durante il mio percorso scolastico, vivessi l’errore come una situazione che mi intimidiva notevolmente, mi faceva sentire in soggezione, mi creava un disagio emotivo e sociale. A volte capita ancora, anche se adesso sono un insegnante autistico consapevole e ho acquisito più autostima e cognizione; ma osservo, giornalmente, come anche le nuove leve si sentano vulnerabili, poco stimate se non poco amate quando commettono degli errori; se non succede a scuola, perché si è creato un ambiente sicuro, spesso si portano queste sofferenze a casa, o viceversa a seconda dei casi.

La pedagogista e insegnante Maria Montessori ci ha mostrato come l’esperienza sia la più grande maestra di vita, come l’errore vada lodato, non punito, dev’essere commesso, non represso. La persona adulta dovrebbe interferire il meno possibile e guidare 3 giovan3 ad arrivare al proprio miglioramento riconoscendo i propri errori.

Possibilmente la persona adulta dovrebbe imparare a fare lo stesso percorso su sé stessa, è impegnativo da attuare, ma è possibile alimentare questa fiamma. Sbagliando.

Ciò che serve per abbracciare l’errore e far rinascere la Fenice sono le parole, fondamentali anche per tradurre i sentiti e le potenzialità di chi la parola non può esplicarla, come vuole il nostro modello occidentale, per esempio persone non verbali, che però si fanno sentire tramite urla, gesti, gridolini, melodie vocali, con il silenzio ecc.

Sin da piccolo mi piaceva scoprire parole arcaiche e\o complesse sia in italiano che in sardo (sia variante campidanese di Oristano, sia Limba de mesania, cioè lingua di mezzo tra il campidanese e la variante logudorese – barbaricina del paese di mia madre situato nella zona storica del Barigadu), inoltre spesso mi piacciono i suoni di certe parole.

In italiano, ad esempio, mi piace cantilenare e ripetere parole come lapalissiano disdicevole, in sardo fordongianese (Fordongianus, il paese di mia madre di cui mi sento parte della comunità pure io), mi piace ripetere come filastrocche le parole pustis e poscas che significano dopo e pillisca pillasca che significa una persona che tergiversa, anche tergiversare mi dà sensazioni diverse, ma sono tante le parole che lo fanno.

Con mio fratello e mia sorella abbiamo inventato delle parole e dei modi di dire, loro due hanno addirittura inventato un’altra lingua che si adatta grammaticalmente sia all’italiano che al sardo, le usiamo ancora tra di noi, cugini\e e nipoti compresi.

Una parola facile da capire è passula, a seconda dell’intensità e del contesto passulina o passulissima, che si pronuncia coprendosi i denti con le labbra, quasi a mimare una persona senza denti né dentiera, il suo significato è paura, terrore, ma anche stupore positivo (es.: vedi una persona che esegue uno sport estremo, un paesaggio mozzafiato, un film particolarmente pauroso, ed esclami passula!).

Altro esempio di come mi piace giocare con le parole è questo, nell’ultimo anno mi diverto a cambiare gli acronimi DSA e ADHD in PSA (peculiarità specifiche di apprendimento) e APHO (attention peculiarity hyperactivity operation), ovviamente è solo un modo che mi far star bene e mi procura stimming positivo.

Immaginate ora quanti individui che formano le nuove generazioni, possano arricchire la società giocando con le parole, imparandone di nuove dal web, dai fumetti, da persone che si autodeterminano; infatti, spesso tra loro c’è più informazione sui termini da usare che tra gli adulti, che si fossilizzano su giornate a tema che raccontano in maniera errata i termini che invece i membri delle minoranze usano per rappresentarsi. L’esempio lampante è il 2 Aprile, giornata per la consapevolezza dell’autismo, portata avanti da persone non autistiche o che non sanno di esserlo, che continuano a ostacolare ciò che le persone autistiche tentano di fare, cioè sensibilizzare sul tema, intanto, diverse organizzazioni e media, implementano business, favorendo abilismo, pietismo e inspiration porn (ho fatto questo esempio perché mi tocca personalmente, ma si potrebbe estendere il discorso ad altre categorie non conformi al sistema tecnocratico produttivo occidentale). Le parole possono incenerire o alimentare il fuoco.

IL MITO CHE SI REALIZZA 

Ora visualizzate ciò che succede nel  mito della caverna che potete leggere nella Repubblica (VII) di Platone, dove gli uomini incatenati mani, piedi e collo  hanno un fuoco alle spalle che proietta nel muro di fronte le immagini sotto forma di ombre, che arrivano dall’esterno della caverna, gli uomini immobilizzati credono che quelle ombre siano la realtà, se avessero l’ardire di parlare, crederebbero che l’eco delle loro parole appartengano alle ombre; una descrizione potente e claustrofobica (passula!) che quasi rimanda ad un girone dell’inferno dantesco. Le catene rappresentano l’ignoranza dell’uomo.

Ora unisco il mito della caverna a quello della Fenice, dove la scuola è incatenata dentro una realtà che la inibisce, la blocca, la frena, ma diventando una scuola – fenice si libera dalle catene indebolite dal calore estremo, esce dalla caverna e vola verso il sole come i filosofi seguono la conoscenza, dove chiunque convive con la propria essenza nel rispetto dell’essenza altrui.

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Neuropeculiar

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